In pochi sanno che la Valle del Belìce, prima ancora del terremoto che la rese famosa nel 1968, fu un attivissimo laboratorio di pratiche di lotta civile e di partecipazione, noto già dagli anni 50 presso le avanguardie sociali di tutta Europa.
La gente del Belìce, seppe lottare contro mafia e latifondo chiedendo la costruzione di dighe e infrastrutture minime per la sopravvivenza, in un tempo in cui in Sicilia l’analfabetismo era la regola e la luce elettrica un privilegio.
Le rivendicazioni e le lotte popolari si intrecciano dopo il terremoto con le vicende della ricostruzione, con il malaffare e le sperimentazioni urbanistiche, le utopie artistiche e la corruzione politica. E’ una storia intensa, affascinante, poco conosciuta dai siciliani stessi.

Su questa storia ha poggiato le basi il progetto Le Terre che Tremarono – cultura dell’ospitalità e sviluppo del turismo sostenibile nella Valle del Belìce; un progetto articolato e mirato allo sviluppo nella Valle del Belìce di un turismo sostenibile e comunitario, un turismo cioè che coinvolge la comunità nella progettazione e nell’accoglienza.
Il coinvolgimento della popolazione locale è stato premessa e parte fondamentale di questo progetto
; il turismo comunitario necessita la creazione di una comunità ospitale capace di accogliere e soddisfare le esigenze di quei viaggiatori che nell’esperienza del viaggio cercano conoscenza delle diversità, autenticità, confronto e scambio culturale.
Una simile comunità non è concepibile senza una radicata consapevolezza della propria identità e della propria storia, senza storie da potere raccontare, senza coscienza storica. In due anni di lavori in 15 Comuni della valle – Santa Ninfa, Poggioreale, Salaparuta, Roccamena, Santa Margherita Belìce, Sambuca di Sicilia, Menfi, Montevago, Gibellina, Salemi, Partanna, Vita, Camporeale, Contessa Entellina, Calatafimi Segesta – abbiamo conosciuto luoghi e persone, raccolto storie, creato opere ed oggetti.